La Grande Bellezza?

di Massimo Turella

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Una scena del noto film.

L’idea originaria di questo intervento era quella di parlare della decadenza etica, morale e civile del nostro Paese che così bene è stata rappresentata nel film di Sorrentino “La grande bellezza” che ha appena vinto l’Oscar come miglior film straniero (e che Scilipoti non aveva mai sentito nominare!!!). L’idea era quella di indicare le ragioni che spingono tanti di noi, e che spingono me personalmente, a rifiutarsi di arrendersi senza lottare, a tentare di tutto per cambiare, innanzitutto, quello stramaledetto modo di pensare tutto italiano che si riflette in un sistema che premia le conoscenze a scapito della conoscenza, il furbo a danno dell’onesto, il criminale a insulto della vittima, il vassallo a svantaggio della persona dalla schiena diritta.
Niente di nuovo sotto il sole, direte voi.
In un periodo storico del nostro Paese contraddistinto da una crescente instabilità sociale e politica, da miseria, degrado sociale e milioni di disoccupati -che a molti ricorda, per alcuni aspetti, quello della Repubblica di Weimar, sfociata non a caso in una delle più cupe dittature che siano mai apparse nella storia- vengono in mente le parole di Gottfried Benn, il controverso letterato tedesco che proprio in quel periodo scrisse: “Ritengo molto più radicale, molto più rivoluzionario insegnare all’umanità: così sei e non sarai mai diverso, così vivi e così hai vissuto e così vivrai per sempre. Chi ha il denaro guarisce, chi ha il potere presta il giuramento giusto, chi ha la forza crea il diritto. La storia non ha senso”. (Zum Thema Geschichte, Gesammelte Werke, vol. 1, p. 377).
In questa eterna lotta tra chi detiene il potere e la forza e chi invece le subisce, avevo sperato che il Movimento 5 Stelle potesse farsi da ariete di questo cambiamento, e che potesse contribuire, attraverso una nuova visione della politica e della partecipazione politica, a combattere l’eterno gattopardismo italiano per affermare concreti valori di libertà e di democrazia, e tentare di cambiare questo sistema marcio che ha distrutto le nostre speranze e che spinge i nostri giovani migliori ad abbandonare l’Italia per cercare altrove un nuovo inizio.
Come dare torto infatti ad Alessandro Di Battista, che ho appena sentito nella trasmissione Servizio Pubblico, quando parla delle contraddizioni di un PD che fa le primarie per eleggere un leader su una strategia assolutamente alternativa al PDL di Berlusconi, per poi ritrovarsi al governo insieme con una costola di quello stesso PDL, e per poi contrattare le riforme istituzionali -e, soprattutto, questa indegna legge elettorale ‘monca’- proprio con il tenutario di Arcore condannato in via definitiva per un reato odioso come l’evasione fiscale? Come dar torto all’ex collaboratore della Casaleggio Associati quando descrive il Parlamento come un luogo dove a dieci metri da lui è seduto Luigi Cesaro, il deputato PDL già presidente della Provincia di Napoli che Raffaele Cutolo, l’ex capo della Nuova Camorra Organizzata, diceva essere il suo autista? Come dar torto al deputato grillino quando dipinge il verminaio di decadenza etica, morale e civile, che si annida dietro la grande bellezza dei palazzi romani?
Il problema, quindi, non sono gli obiettivi, bensì i metodi. E i metodi di un partito che, come il M5S, vuole essere alternativo a questo sistema di potere non possono essere gli stessi del sistema che pretende di combattere.
Ebbene, come tanti altri prima di me, ho invece avuto la sventura di toccare con mano che anche il Movimento 5 Stelle non è quello che sembra da fuori, e che logiche ‘altre’ rispetto a quelle che dovrebbero sovraintendere e guidare questa battaglia di cambiamento guidano invece i proprietari del marchio.
Già, il marchio. Il marchio è come la Lista di Schindler: “Il marchio è un bene assoluto. Il marchio è vita. Tutt’intorno, ai suoi margini, c’è l’abisso”. Questo pensano in molti -tra cui Marco Travaglio- quando stigmatizzano la scelta dei senatori ex grillini di abbandonare il M5S e di formare un movimento alternativo, predicendo loro a breve la scomparsa nell’abisso, così come stigmatizzano la tattica del PD di corteggiare i parlamentari fuoriusciti invece di conquistare il cuore degli elettori grillini.
Sempre Marco Travaglio dice che Grillo ha sbagliato ad espellere i senatori dissenzienti, però tutti i partiti tradizionali espellono chi non è ortodosso alla linea politica dominante. E questo è sicuramente vero. Travaglio afferma che nei partiti tradizionali la democraticità è una mera chimera. Sorvolando sul PDL che, si sa, è un partito di plastica che serve soltanto a coprire gli affari e gli interessi del padrone e del sistema di potere che attorno a lui si è coagulato, nel PD si assiste invece a fenomeni di transumanza di delegati e di parlamentari che si adeguano al nuovo padrone del vapore: prima tutti bersaniani, poi tutti con Letta, ora tutti renziani. Con il solo Civati a fare da riserva indiana per dimostrare che nel PD è ammesso il dissenso.
Ebbene, se questo è vero, come è vero, Travaglio non giunge alle conclusioni alle quali le sue affermazioni conducono, ossia che il M5S avrebbe dovuto spezzare anche queste logiche, soprattutto se si pensa al fatto che i senatori espulsi e i senatori che hanno rassegnato le dimissioni in dissenso sulle espulsioni di questi ultimi, non hanno cambiato maggioranza, hanno sempre votato e lavorato in conformità alla linea del Movimento, hanno sempre ribadito e dimostrato nei fatti di condividere gli obiettivi delle battaglie grilline.
Il solo torto dei dissenzienti grillini è stato quello di criticare il capo esplicitando un disagio comune a tanti elettori del M5S, i quali vorrebbero che il Movimento fosse più attivo nella vita politica del Paese e che non si limitasse a combattere battaglie condivisibilissime ma senza speranza, data l’assenza dei numeri, bensì cercasse quel dialogo e quel confronto in grado di dare non soltanto risposte immediate ai gravissimi problemi del Paese, ma che impedisse inoltre, qui e subito, lo scempio delle istituzioni e della Costituzione al quale stiamo assistendo impotenti.
Testimonianza di questo sentire diffuso sono i quasi 30.000 iscritti certificati (su circa 50.000 votanti) che hanno costretto Grillo ad andare all’incontro con Renzi (sul cui esito stendo un velo pietoso), nonché i circa 13.000 iscritti su 42.000 che -nonostante le chiarissime indicazioni di scuderia- hanno votato contro l’espulsione dei senatori dissenzienti.
E’ assolutamente ridicolo, infatti, pensare di essere gli unici in Italia a voler davvero combattere questo sistema. Non mi riferisco certo alla nomenklatura del PD, che dalla morte di Berlinguer, in un modo o nell’altro, va a braccetto con Craxi e con il suo epigono Berlusconi. Nella base dei militanti piddini vi sono però centinaia di migliaia di persone che assistono attonite alle piroette dei loro rappresentanti, e che potrebbero prestare orecchio a chi si presentasse loro offrendo elementi di contatto su punti condivisi, senza pretese di essere gli unici “puri e duri” ma anche senza i tentennamenti, i cedimenti e i giri di valzer tipici della sinistra italiana.
Sappiamo bene che Bersani non aveva nessuna idea di fare un governo con Grillo ma ne voleva soltanto i voti in Parlamento. Anche nel PD però sta crescendo il numero di coloro che, per esempio, sono attoniti dalle dinamiche che hanno condotto (dopo il sostegno a Monti e l’esecutivo Letta), alla formazione del governo Renzi nonché dal basso profilo dei programmi e della compagine governativa dell’ex sindaco di Firenze, e che mal sopportano, continuando con gli esempi, che una persona non possa fare il candidato governatore perché indagata e però possa fare il consigliere regionale e, addirittura, il sottosegretario del governo nazionale.
A veder bene, quindi, non sono i malpancisti del PD e aree limitrofe ad essere l’unica sponda dei fuoriusciti 5Stelle, ma sono i fuoriusciti 5Stelle, paradossalmente, a rappresentare per costoro l’unica -e ultima- risorsa.
I fuoriusciti 5Stelle, dal canto loro, hanno annunciato l’intenzione di costituire un gruppo autonomo al Senato e, se ci saranno i numeri, anche alla Camera, e alcuni di loro si sono spinti ad affermare la volontà di costituire un movimento di “grillini senza Grillo”.
Ciò ha scatenato una reazione inusitata da parte dei talebani del Movimento, che hanno rovesciato addosso ai fuoriusciti accuse di ogni genere, a cominciare dalla stucchevole questione della volontà di tenersi tutto lo stipendio e i benefits di cui godono i parlamentari, alle accuse di mancata rendicontazione delle spese sostenute, al fatto che sono venuti meno agli impegni presi con i loro elettori, alla necessità di eliminare anche soltanto l’eventualità di ipotesi di ‘fuoco amico’ nella battaglia che i parlamentari stanno conducendo nella trincea delle istituzioni, ecc. ecc.
Tralascio le considerazioni circa il vincolo di mandato che i nostri padri costituenti hanno inserito nella Costituzione del 1948 (a proposito, non so voi, ma ogni volta che sento che si vuole modificare la Costituzione mi viene un accidente…). Tralascio anche la storia dei soldi, perché è chiaro che le restituzioni per i fuoriusciti sono, più che un dovere, un obbligo, per arrivare al nocciolo del problema.
Stando alle loro dichiarazioni, i parlamentari dissenzienti non divergono dagli obiettivi del Movimento 5 Stelle, ma ne contestano, come detto, modalità operative e strategie ‘gestionali’. Ciò che essi non dicono, perché non vogliono o possono dire, ma che va detto, è che essi contestano la rappresentazione del Movimento come un partito di democrazia partecipata quando invece esso è congenitamente un partito padronale; contestano il fatto che il grillismo più che un movimento di idee e di opinioni stia a poco a poco rivelando la sua intrinseca natura di setta, dove non dico esprimere un’idea diversa, ma persino conversare o andare a cena dopo i lavori parlamentari con deputati di altri partiti può portare all’accusa di eresia e alla scomunica, quando non direttamente al rogo.
Questi parlamentari non hanno dunque tradito il patto che hanno stretto con i loro elettori, dato che hanno continuato a perseguire gli obiettivi per i quali sono stati eletti in Parlamento. Ciò che si è rotto, evidentemente, è invece il controllo militare che il duopolio Grillo-Casaleggio pretendeva di esercitare su di loro. E tutta la nostra solidarietà e il nostro appoggio vanno ai senatori Battista e Orellana per il gravissimo episodio della busta a loro indirizzata contenente dei proiettili.
Sono quindi tanti ormai i cittadini che -non soltanto in Parlamento- hanno conosciuto e toccato con mano la parte oscura del M5S, dagli emiliani, ai veneti, e, da ultimo, a noi sardi, ai quali è stato addirittura impedito di andare a votare una lista 5Stelle alle ultime regionali, con modalità e motivazioni che ancora oggi mi fanno ribollire il sangue nelle vene.
Sono tanti, siamo tanti. E abbiamo aperto definitivamente gli occhi.

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